Disturbo borderline della personalità

Domande e risposte

Le persone affette da disturbo borderline di personalità presentano, quindi, emozioni intense e fluttuanti con improvvisi attacchi di rabbia; ansie intense ed improvvise; sentimenti cronici di vuoto; instabilità nella percezione di sé e degli altri e comportamenti impulsivi. Alcuni di questi sintomi si possono ritrovare anche in altre patologie, per cui, per ricevere una diagnosi seria ed accurata, è necessario rivolgersi a persone qualificate. Il disturbo borderline di personalità ha delle caratteristiche in comune con i disturbi dell’umore, in particolare con il disturbo bipolare II. In entrambi i disturbi, infatti, sono presenti oscillazioni tra stati depressivi e momenti di euforia o di umore elevato caratterizzato da prevalente irritabilità. Il disturbo borderline, tuttavia, è caratterizzato da una disregolazione emotiva pervasiva e le oscillazioni dell’umore sono più facilmente dipendenti dal contesto, in particolare dalle relazioni interpersonali. L’abbandono temuto nel disturbo borderline è un fattore d’innesco potentissimo per le oscillazioni dell’umore, così come la percezione del ritorno della persona desiderata. Nel disturbo bipolare, invece, le oscillazioni dell’umore si presentano in modo ciclico ed indipendente dal contesto. Una corretta diagnosi è ulteriormente complicata dal fatto che circa il 50% dei pazienti borderline manifesta anche un disturbo dell’umore (depressione e disturbo bipolare). Bisogna anche differenziare il disturbo borderline di personalità da altri disturbi di personalità con caratteristiche simili, in particolare il disturbo dipendente di personalità e il disturbo istrionico di personalità, con i quali ha in comune il timore dell’abbandono da parte delle persone significative, il senso di vuoto, l’idea di essere sbagliato e l’emotività instabile e intensa.
I teorici più accreditati al momento, non concordano in modo univoco nell’individuare un’unica causa di queste disturbo: infatti lo si identifica come un Disturbo della coscienza, dell’Identità, dell’Umore, della regolazione emotiva o come un deficit della Metacognizione e così via a seconda del presupposto teorico di riferimento. Inoltre, la genetica sembra avere un ruolo importante nel predisporre allo sviluppo del disturbo. Ciò nonostante la natura post-traumatica del disturbo ha solide basi: molti pazienti vengono da storie di abuso (emotivo, sessuale, fisico) che mina la loro fiducia di base nelle relazioni e la capacità di potersi calmare nei rapporti con le persone vicine. Più in dettaglio, dalla ricerca e dalla pratica clinica con questi pazienti emergono dei dati che evidenziano aspetti comuni alla maggior parte di essi, ossia la provenienza da un ambiente familiare imprevedibile ed instabile; con percentuali maggiori di psicopatologia. Famiglie cosiddette “invalidanti”: genitori incapaci di riconoscere le emozioni provate dal bambino, e che anzi le definiscono come socialmente inaccettabili. I genitori di questi pazienti rispondono all’esperienza interiore del bambino con risposte caotiche, inappropriate ed estreme, come poi apprenderanno a fare loro stessi con le proprie emozioni.
Il BPD è tra i disturbi più studiati. Il trattamento più efficace per la cura di questo disturbo è la psicoterapia, eventualmente affiancata dalla farmacoterapia. Quest’ultima serve soprattutto per le problematiche associate di depressione, fluttuazioni dell’umore e ansia. Attualmente risultano maggiormente efficaci i trattamenti che includono terapie diverse e intensive. La terapia dialettico-comportamentale (DBT) di Marsha Linehan è un trattamento ad orientamento cognitivo-comportamentale integrato validato con studi randomizzati controllati con pazienti borderline. Secondo la Linehan il disturbo borderline è il risultato di fattori genetici e fattori ambientali e si caratterizza per una sensibilità innata, un’intensità emotiva e una bassa capacità di controllare le emozioni (disregolazione emotiva). Secondo quest’approccio, nel paziente borderline sarebbero attivi degli schemi disadattivi precoci e delle strategie di padroneggiamento delle difficoltà che darebbero origine ad altri specifici schemi. La terapia centrata sul transfert (TFP) di Clarkin, Yeomans e Kernberg è una terapia di stampo psicoanalitico. Il suo obiettivo principale è quello di aiutare il paziente a riconoscere, a partire dalla relazione col terapeuta, le rappresentazioni di Sé e dell’altro non integrate (es. dire della stessa persona, a distanza di pochi minuti: “E’ la persona più buona della Terra!” e “E’proprio un infame!”) e a integrarle (es. “E’ una persona disponibile, anche se stavolta mi ha risposto male”). Il trattamento basato sulla mentalizzazione di Bateman e Fonagy, di derivazione psicodinamica, è stato applicato finora solo su pazienti in strutture di semiricovero (day hospital). Secondo gli autori, la difficoltà principale di chi soffre di disturbo borderline è quella di mentalizzazione, che consiste nella capacità di rappresentarsi gli stati mentali propri e altrui, di spiegarsi il comportamento e di prevederlo. Questa terapia, dunque, è volta all’incremento della capacità di mentalizzazione dei pazienti. La terapia cognitivo-analitica di Ryle è un trattamento che integra l’orientamento cognitivo con quello psicoanalitico. Si basa sulla ricostruzione e sul padroneggiamento delle immagini di sé e dell’altro e delle loro transizioni. E’ però vero che, ad oggi, esiste una sostanziale sovrapponibilità dei modelli e l’assenza quindi di una superiorità di uno sull’altro (Gabbard 2004). Sembra ormai esserci un certo accordo, condiviso anche dalle linee guida inglesi del National Institute for Clinical Excellence (NICE 2009), sull’assunto che il trattamento del Disturbo Borderline di Personalità debba essere costituito da: 1.alta strutturazione degli interventi erogati dall’équipe che prende in carico il paziente; 2.coerenza degli approcci teorici adottati dai professionisti; 3. supervisioni regolari dell’équipe; 4.contratto terapeutico per la definizione di regole e obiettivi condivisi; 5.atteggiamento empatico e supportivo, ma attivo e orientato al problem solving. Non esiste una terapia farmacologica risolutiva per questo disturbo, poiché si consiglia di affiancare il trattamento farmacologico come supporto alla psicoterapia, per il trattamento dei sintomi del paziente. Questi sintomi riguardano soprattutto la difficoltà di regolare le proprie emozioni e l’impulsività, la rabbia intensa, l’autolesionismo, l’ideazione suicidaria e i sintomi dissociativi. Nei casi in cui l’incolumità del soggetto è gravemente a rischio, si può ricorrere ad un ricovero ospedaliero, anche se quest’ultimo va valutato con molta attenzione, poiché in alcune situazioni potrebbe peggiorare la sintomatologia della persona.

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